Gli operai esistono ancora ed ho le prove.

Lo dico perché c'è chi sostiene il contrario. Io invece sono certo quanto meno della loro esistenza "fisica".

Comincio dalla prova più datata.

Nel 2005 ci venne in mente di realizzare uno spettacolo sul mondo della fabbrica. Innanzitutto ascoltammo gli operai. Dopo 15 minuti eravamo tramortiti. La fabbrica ci appariva come un autentico mondo a parte nel quale le relazioni - umane e di lavoro - erano "organizzate" in un modo che lasciava senza parole. E chi se l'aspettava. Del resto, fuori, gli operai di certe cose quasi non parlano.

 

 

 

"Io da qui non mi sposto", così intitolammo lo spettacolo. Dopo, in compenso, si sono spostate le fabbriche. Tanto gli operai non esistono.

Comunque: anche di quello spettacolo ho le prove. Appena qualche giorno fa una donna, incontrando Augusta, l'attrice di sempre del Me-ti, ha ricordato quel nostro lavoro ancora con commozione. Dodici anni dopo. Ha persino mostrato i gesti esatti con i quali Augusta stessa evocava un/a operaio/a alla catena di montaggio. Gli spettacoli, purché siano fedeli al loro compito più grande, restano. Nel cuore dei più umili. 

 

 

 

Gli operai. Insisto: esistono eccome. Quattro giorni fa - ed ecco la seconda prova - uno di essi, un amico carissimo, mi ha mandato una poesia. Indovinate di chi? Di Yannis Ritsos. Perbacco, diresti. Gli operai esistono e leggono anche le poesie. E che c'è di strano? Anzi. Esattamente come non vi è nulla di strano nel fatto che le legga una casalinga, un netturbino, un architetto o chi volete. Semmai fa strano che a qualcuno possa fare strano la connessione: "operai" e "poesia".

Da parte mia invece troverei fenomenale che tutti insieme ponessimo come essenziali connessioni di questo tipo nel delineare i tratti concreti del mondo che vorremmo. 

 

 

 

Prendo coraggio e vado avanti. 

Per alcuni analisti, oggi, il proletariato si è esteso ben oltre la fabbrica, fino a comprendere precari di tutti i tipi, disoccupati, "giovani" dai 20 ai 50 anni che non hanno mai avuto l'onore di un lavoro vero, eccetera eccetera. Se è così, allora cominciamo a pensare alla complicatissima opera di una connessione generale.

Voglio dire: l'enorme mondo del lavoro che non c'è e non ci sarà con gli operai di fabbrica, e gli uni e gli altri con i migranti, e così connettendo fino a riunire finalmente, nella consapevolezza e nell'agire, tutti coloro che già da un pezzo la realtà ha di fatto unificato: il vastissimo mondo degli esclusi dalla scandalosa spartizione fra pochissimi di gran parte della ricchezza prodotta negli ultimi decenni.

Bum. Forse sono andato troppo oltre con l'immaginazione. Anzi senza "forse". La cosa sarebbe parecchio complicata. Però ho il forte dubbio che, con meno di questo, non ne usciremo mai per davvero.

Intanto, come si dice nel calcio, "palla lunga e pedalare".

 

 

 

Ops, dimenticavo la poesia di Ritsos: con piacere la trascrivo di seguito perché tutti/e possiate averla.

 

 

 

 

 

Sandro Cianci

 

 

 

 

 

DEBITO AUTUNNALE

 

 

 

 

 

La casa profuma già di autunno. E una volta ancora siamo impreparati,

senza pullover né sciarpe. Nuvole inattese

dal mattino oscurano le colline. Dobbiamo sbrigarci

a fare un po' di provviste, perché tra poco arrivano

i venti sbraitanti. I vapori della cucina

occupano il primo posto nel silenzio del corridoio. A uno a uno

chiudono i locali sul mare. Sul molo bagnato

pacchetti di sigarette vuoti, recipienti di plastica, giornali

e i gatti randagi affamati che guardano

l'orologio della dogana privo di lancette. Domande dimenticate

cigolano di nuovo come banderuole arrugginite

sui tetti di case abbandonate, i cui proprietari

sono morti di tisi anni fa senza lasciare eredi.

Ma tu, a dispetto della pioggia e dei venti, insisti

sotto la tua lampada, su questa sedia dura,

per lasciare qualcosa a chi verrà dopo - almeno due versi,

scritti con la mano della pioggia, che indichino tremanti

sempre, sempre, in direzione del sole.

 

 

 

 

 

Yannis Ritsos, "Molto tardi nella notte", traduzione di Nicola Crocetti.