I L    N I E N T E    E D    I L    N U L L A

Sarà stato un 2 giugno. Poniamo del ’67. Non ho buona memoria. I miei ricordi trattengono pochissimo, dimenticano i dati: mi saprebbero di contabilità. Alla mia memoria restano impigliati solo rari brandelli di tempo, strappi di stoffa al vento, sensazioni - vaghe, per lo più. E’ come se rimanessero a peregrinarvi nient’altro che anime perse, tagli di colore, un accenno di musica. Mai un vero e proprio canto. In un certo senso, non ricordo niente.

 Comunque. Sarà stato un 2 giugno, poniamo del ’67. Avrò avuto quasi vent’anni. Uno dei miei due fratelli, il più grande, mi portava a Recanati, al paese di Leopardi, ad una patria di poesia.

Era un regalo, quella cosa bellissima che è il dono, un’azione gratuita che si fa solo per un’altra persona. Mi portava, credo, con una 500.

Ci fermammo a mangiare sul davanti di un locale, in campagna, qualche chilometro prima del paese.

Di quel posto non ricordo nulla, se non un lucore pieno, diffuso, tutt’altro che pallido, un dilagare di luce che innamorava le foglie come un canto del quale nemmeno le note erano capaci di serrarsi tra le braccia ed anzi straziavano l’anima perdendosi oltre il mondo, là dove mai arriviamo, ma dove pure crediamo di essere già stati, una volta. E l’aria “aprica”, ricordo anche. Così l’avrebbe chiamata Leopardi. Un mattino calmo, uno di quei sacri mattini di primavera che avevano riempito le nostre infanzie di paese.

La Storia, al contrario, era colma di eventi a venire come di turgidi boccioli pronti ad aprirsi. Le nostre gioventù di alunni della prima scuola di massa si apprestavano ad entrare nelle Università. Non ci avrebbero contenuti. Stava per esplodere il Sessantotto. Non lo sapevamo ancora ma  di lì a poco avremmo voluto cambiare il mondo.

Invece fu una fine. O il lontano inizio della seconda Rivelazione nella storia umana. Se la prima era stata incarnata dal Cristo, la seconda sarebbe stata spalancata anche da noi, nuove masse della piccola borghesia, ed avrebbe avuto per oggetto non il Divino ma il Nulla realizzato. Nella forma del consumismo, voglio dire, del culto dell’oggetto, della reificazione di tutto il vivente. Uomini, piante e bestie. Persone, mondo e vita. Di questa immane mercificazione di tutto l’esistente. Senza volerlo avremmo contribuito al rivelarsi di un potere che, come Dio, si sarebbe manifestato senza mostrare mai il proprio volto. Fino a compiersi oggi, in quella forma estrema di “spiritualizzazione” che chiamiamo finanza. Il Nulla, ridiventato puro Spirito, ritorna a sé medesimo.

Ma chi se ne sarebbe reso conto, allora? Nessuno. Salvo persone come Pasolini. E quale partito avrebbe messo la sua lettura dei processi in corso al centro della propria riflessione politica? Nessuno. Non lo capivamo, Pasolini. Era profetico ma non lo capivamo. Lo era come ogni autentico poeta, sbagliava ed indovinava come tutti. Ma non lo capivamo. Poi lo hanno ammazzato ed è finita lì.

Quella mattina dunque, a Recanati, non avremmo mai immaginato tutto quello che stava per accadere. Né a Recanati né negli altri paesi. Né allora né dopo. I paesi sarebbero rimasti ancora per un poco quelli dell’aria “aprica”. Poi tutto sarebbe arrivato anche lì, come ogni tanto spuntava un forestiero. Il vento nuovo e, compagno non richiesto, il Nulla realizzato. Li avrebbero travolti con tutte le loro carabattole. Belle, buone, brutte o sbagliate che fossero: sopravvivenze del Sacro, racconti parlati davanti al fuoco – nelle notti di gelo e di venti tagliati e di anime dannate – padri padroni, donne senza diritto di parola né di scelta né di vita. Il groviglio degli autori  e delle rispettive opere è ancora tutto da dipanare.

 Più tardi, quel giorno, andammo a visitare la casa dove aveva abitato Leopardi. Non ricordo nulla. Se non un’estrema lucidezza dappertutto: porte, pavimenti, vetri ed armadi. E poi, sì, ricordo manoscritti originali del poeta protetti da lastre di vetro. Per la verità rammento solo che presentavano pochissime cancellature. Leopardi, pensai, doveva essere uno che indovinava subito le parole giuste.

In ultimo ci recammo sul colle dell’Infinito. Mio fratello mi scattò delle foto, poi mi passò la macchinetta e toccò a me fargliene. Gliene feci.  Tornati a casa scoprimmo che io ero venuto benissimo, in quelle foto, mentre mio fratello non era venuto per niente. Dai miei scatti erano usciti solo campi bianchi.

Poco dopo, ma non saprei dirvi l’anno, ci separammo. Mio fratello prese o riprese ad andare in giro per il mondo, dove ha vissuto e vive gran parte della sua vita, io volli rimanere nel "territorio”, come avremmo detto qualche anno dopo nei dibattiti fra gruppi teatrali. Saranno passati più di vent’anni dall’ultima volta che ci siamo visti.

Questa mattina mi ha scritto: “….Come dimenticare la storia di Recanati? Io ci penso spesso. Per fortuna  non mi piacciono le foto ma forse avrei dovuto conservare quelle fatte al niente”.

Conservare quelle fatte al niente. Bastano queste ultime parole, credo, per condurre il nostro sguardo ben oltre il lungo inganno del consumismo. Bastano certamente per fare di me una persona con le lacrime agli occhi.

                                                                          Sandro Cianci

(Da: “FOTOGRAFIE DEL NIENTE”, libro in preparazione)

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                                                                             Sandro Cianci