Sono passati 20 anni dalla scomparsa di uno dei più grandi registi della storia del teatro, GIORGIO STREHLER, avvenuta la notte di Natale del 1997. Vorrei ricordarlo nel modo più semplice, narrando del mio incontro con lui.

 

Quando iniziai a fare teatro, circa 50 anni fa, quasi tutti i veri maestri erano molto lontani dal territorio nel quale ancora oggi risiedo. Si imparava come si poteva. Si tentava di capire leggendo libri, ci si sforzava di immaginare un importante spettacolo, appena presentato...in capo al mondo, leggendo qualche recensione... Chi fa teatro sa che tutto questo era esattamente come voler imparare a fare il falegname senza mai vederne uno all'opera e soprattutto senza mai fare apprrendistato in una bottega. Insomma era assurdo. E tuttavia oggi a me pare che per certi versi fosse anche una fortuna. Dovendo, per ragioni molto concrete, limitare parecchio i miei viaggi per andare a vedere almeno qualche spettacolo tra quelli che ritenevo "necessari", fui costretto ad operare presto delle scelte: quali erano quelli che mi servivano davvero? Dove e quali erano i maestri dei quali avevo profondo bisogno? 

Capii subito che uno era Strehler. E non, genericamente, perché era "grande" (il Novecento teatrale è stato ricchissimo e di "grandi" ce n'erano diversi) bensì perché la mia anima, la mia scelta di vita, il senso e gli strumenti più veri del mio fare teatro si ritrovavano profondamente nella sua poetica, nella sua cifra stilistica, nella sua visione del mondo e del ruolo che il teatro è chiamato a giocare in esso. 

Avevo tutto da imparare. Mi recavo a vedere i suoi spettacoli a Roma, a Milano, una volta "persino" a Parigi... Ma avevo bisogno anche di...andare a bottega. Mi interessava la regia. Non potendo permettermi di tentare il colpo fortunato, ossia di provare ad entrare come assistente nel Piccolo Teatro di Milano, scrissi a Strehler e gli chiesi di poter assistere alle sue prove. Nella lettera mi presentai, gli parlai delle mie scelte dal punto di vista artistico e politico, gli parlai della condizione culturale del nostro territorio, gli parlai di quanto e perché la sua poetica fosse importante per me, così come il suo modo di tradurla sulla scena, vale a dire il suo teatro poetico e dialettico insieme. Mi rispose subito, molto cordialmente, e mi permise di andare. 

La cosa che più mi sorprese nel vederlo lavorare con gli attori fu la sua freddezza...chirurgica. Ero arrivato lì con l'idea di vedere all'opera un tipo vulcanico, travolgente, carico di passione ed energia. E Strehler certamente lo era. Ma nel momento in cui toccava all'attore lavorare, se ne stava seduto al suo posto in platea ed osservava in silenzio, con distacco assoluto ed uno sguardo capace di cogliere anche l'impercettibile, ciò che l'attore faceva in scena. Poi, certamente e molte volte, saliva sul palcoscenico dove con estrema leggerezza, in modo semplice e limpido, mostrava all'attore ciò che in quanto regista gli chiedeva, o meglio: il testo, a suo avviso, richiedeva. Mostrava, non predicava. Insomma, nel lavorare con gli attori, egli era un grandissimo maestro artigiano, oltreché, naturalmente, un artista enorme.

Da tutta quella esperienza imparai quel poco che fui capace di imparare. E tuttavia Strehler rappresentò e resta ancora oggi una tappa fondamentale nel cammino mio e del Me-ti, soprattutto per ciò che concerne la maturazione di una nostra poetica e di un nostro linguaggio scenico. E questo è ciò che conta di più.

Nel ribadire dunque una profonda, memore gratitudine per questo grande uomo di teatro, vorrei dire a coloro che sono stati allievi della nostra Scuola che in ciò che hanno ricevuto c'è anche quel pochissimo che ho saputo imparare da Strehler e trasmettere a mia volta, non ultimi il fondamentale senso della responsabilità storica, civile, politica e morale di chiunque faccia teatro e l'ineliminabile centralità dell'umano in quest'arte straordinaria e per certi aspetti eternamente misteriosa. Gli allievi sanno di cosa parlo. Peraltro, com'è noto, Strehler aveva a sua volta ereditato e genialmente rielaborato insegnamenti fondamentali da grandi maestri del '900 come, per esempio, Copeau, Jouvet ed il..."continente" Brecht.

Oggi, ogni mio pur piccolo "progetto" è subordinato a non pochi fattori che non dipendono da me. Tuttavia, ove mi fosse possibile, mi farebbe piacere, più avanti, tenere delle lezioni di interpretazione proprio su uno dei testi maggiormente amati da Strehler. Sarebbe, da parte mia e del Me-ti, un ulteriore, umile modo di ricordarlo.

Per ora non aggiungo altro.

                                                                           Sandro Cianci