Weberin era un genio. Tracagnotto, collo taurino, stempiato benché giovane, era un genio. La logica ed il calcolo i suoi punti di forza. E le classificazioni. Classificava tutto. Dalle patate al "noumeno" del filosofo Kant.

 

Il suo criterio era molto semplice: classificava ogni elemento della realtà sulla base della sua utilità. A che serve questa cosa?, si chiedeva. E con la risposta ecco subito pronta una casella nella quale sistemarla. Quanto a ciò che non si rivelava utile ad alcunché, lo considerava semplicemente "inesistente", insomma privo di effettiva realtà.

Così ciascun elemento, una volta categorizzato, se ne stava ormai per sempre nella sua casella come un cucciolo nella cuccia dopo aver menato un gran baccano. Mai più un lamento, mai più un movimento. Tolto dalla grande anarchia della vita, l' elemento diventava "chiaro e distinto", che vuol dire, appunto, separato da tutto il resto. E dove volete che vada mai uno che non ha più relazioni? Weberin si sentiva padrone del mondo.

In cambio era molto scrupoloso. Per esempio, prima di considerare un elemento privo di "utilità" e buttarlo nel facile bidone dell'"inesistente", ci pensava mille volte. Lo metteva a fuoco accuratamente per vedere se per caso non fosse acconcio a qualche scopo. Oddìo, il mondo si stava talmente riducendo ad una cosa sola che molti elementi "estranei" ad essa, ossia irriducibili all'utile ed al calcolo - perché questa era la "cosa" - sembravano andare a buttarsi da soli nel bidone dell'"inesistente". Uno, però, Weberin lo acciuffò per i capelli prima che fosse troppo tardi:

-Ehi, ferma! Chi sei?

-Sono la poesia.

-Ti voglio esaminare. A che cosa servi?

La poesia tacque.

-Sappi che con me sei libera anche di rispondere: "Non servo a nulla".

Silenzio.

Weberin provò allora a ridurla a calcolo. Niente, non c'era soddisfazione. Ne fece un algoritmo: peggio, pareva diventata un'altra cosa. L'uomo cominciò ad incaponirsi. Ciò che più lo disturbava era quell'ostinato silenzio. Pose il quesito sul web e piovvero milioni di risposte: pura fuffa. A quel punto si risolse a fare ciò che non aveva mai fatto, cominciò a girare per il mondo ponendo la domanda ad uomini e donne in carne ed ossa. "A che cosa serve la poesia?...A che cosa serve la poesia?..." Macché. Gli intellettuali davano risposte da aria fritta, le persone semplici confessavano di non esserselo mai chiesto.

-Una risposta non la troverai nemmeno se andrai in capo al mondo!, gli dicevano.

E Weberin ci andò. Sissignori, in capo al mondo.

"In capo al mondo" era una montagna alta. Vi abitava soltanto un vecchio, con la barba bianca, lunga, eccetera eccetera. Posto di fronte al quesito, il vecchio tacque per un'eternità. Si limitava ad osservare Weberin con uno sguardo sornione, più micidiale del silenzio stesso. Poi, finalmente, rispose:

-La tua è una domanda idiota.

Patatrac! A Weberin crollò tutto.

Se il criterio con il quale aveva creduto di ordinare la realtà, capirla e darle un senso, non valeva nulla per un elemento, poteva darsi che valesse zero anche per tutti gli altri... Qual era, allora, il senso del mondo?

Weberin era distrutto. La sua grandiosa costruzione era crollata miseramente in un solo istante. E per colpa, poi, di una cosa che quasi quasi, chissà, forse nemmeno esisteva. Ah già, ma questo lo diceva il criterio che ormai più non valeva...

Che fare? L'uomo era troppo orgoglioso per cavarsela semplicemente rimuovendo il problema. Sceso ai piedi della montagna ebbe tuttavia un'autentica illuminazione: ciò a cui doveva dare un senso non era il mondo ma la vita. Sì, la vita, perdinci, la vita!!

Allora, per la prima volta, si sentì leggero, di una leggerezza sconosciuta che sapeva tanto di mistero.

-Ma sai, si disse, che in fondo non è così male il mistero?...

 

                                                                                                              Sandro Cianci