Medellin, Colombia, ore tre del mattino, un giorno di giugno del 1943. Louis Jouvet, grande attore e maestro del teatro europeo, ha terminato di recitare. Nello stesso momento in Europa dilaga il nazifascismo, vaste moltitudini di persone vengono eliminate nei lager.

Tutto è iniziato con la "difesa della razza".

Jouvet scrive:

 

"Il sipario è calato.

Lo spettacolo è finito.

Nessuno è venuto a trovarmi.

Sono salito nel mio camerino, solo.

Che strana sensazione, quella di essere ancora truccati e restare così, a "metà", sospesi tra il teatro e la vita "laica".

Scrivo - come è mia abitudine - le osservazioni della recita. Questa sera ho notato che l'attenzione del pubblico al terzo atto era più alta, più intensa del solito. Mi sono sentito commosso e turbato da una specie di perdita di identità che mi ha fatto paura. La platea era un cratere che fiammeggiava in silenzio, un riverbero quasi insostenibile. Io dicevo il mio testo come sull'orlo di un abisso, con il terrore di urtare su una parola e precipitare giù.

Forse mi sono mancati, questa sera, il controllo e il sangue freddo. Forse ho ascoltato troppo la sala.

(...) perché quei visi mi guardano attoniti e commossi, in silenzio? Forse, perché il teatro è fatto per insegnare agli altri altre cose che avvengono intorno a loro, perché essi credono o capiscono che coloro che recitano sono là per "rivelarli" a loro stessi.

(...) forse (...) queste mie divagazioni sono inutili. Ma possono fissare per l'anno duemila (ormai così vicino) lo stato d'animo d'un attore qualsiasi, in un anno dell'epoca travagliata che stiamo vivendo, un attore che reinventa ogni sera, resuscita ogni sera il teatro, con tutta la tenerezza che ha, per amarlo meglio".

 

Milano, ultima parte del Novecento, Giorgio Strehler, grande regista e maestro del teatro di tutti i tempi, annota:

"Ecco cosa scriveva un giorno un attore, Louis Jouvet, sul teatro, sull'attore, sulla vita.

Quell'attore fu anche un maestro. Maestro in senso artigianale, antico e quasi dimenticato. (...)

Mi è sembrato dunque giusto inaugurare un anno fa questo spazio teatrale, che abbiamo chiamato Teatro Studio, con una rappresentazione tratta da sette lezioni che Jouvet tenne, insieme ad altre, tra il 14 febbraio ed il 21 settembre 1940 al Conservatorio d'Arte Drammatica di Parigi (...). Ripensando a quei tempi, che io ho vissuto, resistendo come potevo alla demenza e all'atrocità che diventavano sempre più universali, quelle lezioni di Jouvet mi sembrano qualcosa di più di un ammaestramento teatrale; per me esse sono il simbolo di una lotta inconciliabile per la difesa di alcuni valori dello spirito, della poesia, del lavoro buono, della ragione dell'uomo contro la barbarie, la follia, la crudeltà, che stavano invadendo con i loro mostri l'Europa e il mondo. Quei mostri che sono sempre pronti ad essere partoriti, oggi, domani, come ieri, dal ventre fecondo dell'intolleranza, della tirannia, dell'ingiustizia e di ogni mancanza d'amore".

 

Oggi, domani, come ieri...Io credo, care Amiche, cari Amici, gentili Lettrici, gentili Lettori, io credo che nella storia come nella vita quotidiana tutto sia sempre molto complesso e che altrettanto complesso sia cambiare in meglio le cose. Ma ci sono dei limiti che non devono essere mai valicati. E vi sono momenti nei quali, per questo, occorre battersi. Tutte e tutti, ovunque ci si trovi. Come si sa e come si può, con un linguaggio antico e necessariamente nuovo ma -sempre-instancabilmente, ostinatamente umano.

 

E quello che viviamo è uno di quei momenti.

 

Sandro Cianci

 

(I brani di Jouvet e di Strehler sono tratti da: L. Jouvet, "Elvira, o la passione teatrale", Piccolo Teatro Studio, Quaderni di documentazione diretti da Giorgio Strehler, pp. 6-7)