Di che cosa c’è bisogno per rendere migliore un paese?

Anche di poesia, credo. Non solo di questa ma anche di questa. E non in senso decorativo.

Per molti anni ho cercato di tradurre in azioni concrete questa convinzione. Soprattutto per mezzo del teatro, tra mille imperfezioni, lottando – certo non da solo - contro l’impossibile.

Ora posso farlo meno e mi dispiace. Tuttavia un modo c’è sempre e me l’ha insegnato il teatro. Mi aggrappo, per esempio, alle parole di altri. Uniscono molto bene paesi e poesia concreta:

Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo”. (Cesare Pavese,La luna e i falò”)

Una strada col selciato sconnesso e antico non è niente, è un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe stupende opere d’arte della tradizione italiana. L’antica porta dove conduce quella strada non è quasi nulla, sono delle mura semplici, dei bastioni dal colore grigio: nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere queste cose. Invece io ho scelto di difendere questo. Scegliere la forma del paese, la struttura, il suo profilo, i suoi ricordi significa difendere qualcosa che nessuno difende, che è opera del popolo, di un’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore. Con chiunque parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere un monumento, una chiesa, la facciata d’una chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è oramai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio questo passato senza nome, questo passato popolare”. (Pier Paolo Pasolini, documentario “Le forme della città”)

                                                                                                    Sandro Cianci