La sala era stata costruita da incubo (accade sovente). Già dalla terza o quarta fila gli spettatori non avrebbero visto nulla.

 

Come fare con le nostre povere pietre dipinte? Ciascuna richiamava un racconto. Come metterle in modo che dallo strapiombo potessero vederle?

La difficoltà è la madre di tutte le intuizioni: portammo le pietre in platea. Le distribuimmo ciascuna ad uno spettatore con preghiera di conferire il cuore. A fianco facemmo accomodare una contadina, parte di quell’autentico popolo, semplice ed estremamente composito, che di fatto era il vero “miracolo” del Me-ti.

Improvvisammo (in questo eravamo a casa nostra): ogni tanto invitavamo a salire sul palco una contadina con una pietra-racconto. Gli attori suscitavano allora una piccola “celebrazione” della specifica storia, della pietra, della portatrice e del calore vivo che la pietra emanava.

Ne uscimmo “arricchiti”: gli spettatori, i racconti, noi e le pietre.

Quante volte mi sono chiesto che fine fanno i racconti. “I racconti non finiscono mai” (Zi’ Angelo). Ed il teatro, dove un singolo gesto o un’intera storia durano un respiro e muoiono? Neanche il teatro. Tanto più se pensato come un’esperienza co-creata. Il teatro resta, anche solo per piccoli frammenti: un’immagine, uno sfaglio, una resurrezione lancinante… In chissà quale angolo, segreto, taciuto, “memoria calda”. Del cuore.

Come noi esseri umani. Nei grandi ideali, nei sentimenti, quanto più se ampi, generosi, vissuti e pagati di persona. Come lunghe storie reincarnate a cuore aperto.

Domani.

O è morire per sempre, senza avere mai vissuto un briciolo di esistenza.

                                                                                                                                         Sandro Cianci