Nel pensare una regia, nell’immaginare e scrivere un testo, ho sempre cercato di partire da una vecchia del quartiere dove sono nato. Semplice, umile, forse analfabeta.

 

Pensavo: “Se lo comprende lei, se vi si ritrova, lo comprendono e vi si ritrovano tutti”. Non si trattava di banalizzare il lavoro, al contrario: nelle persone semplici vi è l’universale. Zi’ Angelo mi ha spiegato la Tempesta shakespeariana vista da dentro. La sostanza della storia voglio dire, i temi profondi della vita. Nessuno meglio di loro.

Le cose almeno minimamente dignitose sono venute fuori quando sono riuscito ad attenermi a questo criterio. Ed un linguaggio scenico nuovo.

Non mi ha dunque sorpreso, preparando il prossimo incontro della Bottega teatrale “La Comune”, leggere ciò che aveva imparato Strehler da Jouvet, uno dei suoi maestri: “(…) mi ha fatto scoprire che una regia non è solo un lavoro filologico, culturale, o tecnico ma anche una comprensione sensibile del testo, un abbandono intuitivo ai suoi valori poetici”. “Sentire” il testo, certo, perché vi sono le persone, e le persone si “sentono”, altrimenti le si conosce ma non le si comprende. Tolto questo, il teatro che roba è?

Così per ogni atto creativo pubblico: scrivere, fare giornali, ecc.

Spesso parliamo di quello che in questa società manca, di quello che si è perduto, di quello che si dovrebbe fare. Parliamo invece di quello che si fa. E di come. Quanto io e quanto noi. Dove sono le persone, e quali e quante e come.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Sandro Cianci