Alle 21:14 del 27 febbraio 1933 una stazione dei pompieri di Berlino ricevette un allarme: il Palazzo del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, stava bruciando. L’evento, di origine dolosa, servì a Hitler per dichiarare lo stato di emergenza. Il Presidente Hindenburg firmò il decreto che aboliva la maggior parte dei diritti civili. Il nazismo cominciava a prendere forma e, con esso, la repressione di ogni forma di dissenso.

 

Brecht fece appena in tempo a fuggire. Il 30 maggio i suoi libri vennero bruciati. Ebbero inizio 15 anni di esilio (1933-1948).

Fra il 1933 e il 1948 Brecht quasi non mise piede in teatro, eppure non smise mai di scrivere, tutti i giorni, di paese in paese. Sapeva che le sue opere non sarebbero state rappresentate, che ciò che faceva non aveva un senso politico immediato. Lavorava ore intere sapendo che quel che faceva era nulla per gli altri (…)

Attorno a lui, la storia segue il suo corso, gli amici si suicidano, le donne che ama muoiono in terra straniera, e le vittorie di Hitler rendono superflue le sue opere.

Nessuno si interessa al suo teatro, a parte qualche gruppo filodrammatico. Lui scrive, continua a scrivere (…)

(…) Allora compresi la strana forza di Brecht (…) La fede che malgrado tutto abbia senso restare fedeli alla propria identità, la fiducia che la propria azione rimane, anche se i tempi sono bui, e nessuno la nota (…)”.

Crollato il nazismo e finita la guerra, Brecht tornò a Berlino dove fondò una sua Compagnia, il “Berliner Ensemble”.

Lo fa assieme a uomini che hanno vissuto l’esilio, le prigioni naziste, i campi di concentramento. (…) I giovani che vengono da Brecht sono della generazione che partì verso la Russia come guerrieri già pieni della propria vittoria, cantando. Erano tornati scalzi e con la schiena spezzata. (…)

Nel 1978 sono stato invitato a Berlino Orientale per la celebrazione dell’anniversario della nascita di Brecht. (…) Seduta accanto a me c’era una signora di circa quarant’anni. Quando uscimmo cominciammo a parlare. Viveva a Algeri, dove insegnava letteratura e teatro tedesco. Era una berlinese, ma aveva sposato un algerino. (…) quando aveva deciso di sposarlo e di seguirlo in Algeria, a liberazione avvenuta, fu convocata alla sede della gioventù comunista dove le spiegarono che non era gradito il fatto che lei sposasse un algerino e abbandonasse per lui la Germania. Lo Stato tedesco non la pagava perché si preparasse professionalmente e poi lasciasse il paese. (…) Lei tenne duro. L’ultimo anno, dopo essersi sposata e prima di abbandonare la Germania, fu un anno di deserto: tutto il suo ambiente, dalla famiglia agli amici, le divenne ostile. ‘Vedi’, mi disse, ‘c’era un unico posto dove potevo andare e sentirmi come in casa: era il Berliner Ensemble. Era come se lì non si seguissero le stesse regole, gli stessi modi di comportarsi della città che mi circondava. Era l’unico posto dove ci fosse ossigeno, dove potevo respirare’.”

(Da: Eugenio Barba, “Il Brecht dell’Odin”, Ubulibri, Milano, 1981, pp. 131-137)